Simone Sanseverinati

 

 

Simone Sanseverinati, 27 anni, laureato in Lettere all’Università di Macerata. Suoi testi poetici sono apparsi sul quotidiano "La Repubblica" e online su "Poetarum Silva", "Arcipelago  Itaca", "Carteggi Letterari", "Inchiostro" e "Il laboratorio di Grenouille". Vincitore del concorso nazionale "Poiesis-Under 35", ha ottenuto altri riconoscimenti per la poesia. Ha pubblicato le raccolte "Interviste" (Memoranda, 2017), "45 battiti di cuore" (Le Mezzelane, 2018) e la novella "Dentikit" (Santelli, 2018).

 

La poesia di Simone Sanseverinati trae la sua ragion d’essere da una tradizione simbolica e simbolista. Mi prefiggo qui l’obiettivo, se non di discernere i significati secondi a cui le parole rimandano, di tracciarne quantomeno una mappa, uno scheletro di idea che possa fungere a chi leg- ge da bussola per godere di queste pagine. Fin dalle sue prime prove, ho avuto come l’impressione che Sanseverinati fosse un giocoliere del verbo, con annessi rischi e pericoli che questo comporta. Ecco, questo libro va letto con l’occhio di chi guarda in un pozzo profondo e buio avendo in mano solo una candela: la talvolta impenetrabile simbologia a cui l’autore confida i suoi segreti è sempre ricavata da un lessico invidiabile, a tratti debor- dante, ma mai facilmente scrutabile in quelli che sono i rimandi, gli esiti, i messaggi emotivi che l’uomo Sanseverinati vorrebbe dare. Il segreto di ungarettiana memoria di cui la poesia è sempre portatrice è qui avvolto in un rivestimento: il ricco armamenta- rio analogico e simbolico che Sanseverinati ha nelle corde. Tutto questo si traduce, nero su bianco, in versi che, paradossalmente, trovano la loro autenticità presi a spezzoni, in una tipologia di scrittura che trova i suoi esiti più felici quando è strettamente epigrammatica. Se da un lato la difficile formulazione delle im- magini toglie al testo coesione, dall’altra proietta chi legge in uno spazio che può raccontare il “viaggio” di ognuno, “[...] dove chi scrive perdona”. E se la scrittura, come la vita, è una resistenza che s’articola “come un gemito nascosto”, l’attitudine dell’autore al tessere versi cantabili non va sottovalutata. Strumenti lessicali raffinati e gran contabilità sono ciò che più colpisce di questa raccolta che, sebbene fornisca a pochi intimi le chiavi di lettura necessarie al decriptare il senso dei testi, stupisce per la facilità con cui affronta temi che, se non apertamente sociali, riguarda- no da vicino tutti noi.

                                                                          Lorenzo Fava

 

 

 

In treno

Madre e figlia fissano
o meglio, scrutano l’angolo vissuto, 
ricambio
incantato dal codice riservato della loro somiglianza.
La mamma è una bella donna 
la figlia lo diverrà
se la media potesse legiferare
avrei una donna orgogliosa di 25 anni. 
L’agio conforme accarezza i loro abiti,
gli apparecchi, le pieghe incompiute del volto materno, 
nei loro timidi sorrisi leggo
una biografia fugace,
la logica impertinente dei miei pensieri 
s’imbatte nell’intuizione giovanile della piccola, 
ora osserva il mio blocchetto
innocua forbice di lentezza.
Siamo di fronte in un treno parallelo
frammenti all’incrocio di una destinazione indifferente, 
ma non voglio dimenticare ogni cosa,
non voglio oscurare la luce coniugata dei vostri occhi 
non voglio cedere ancora ai coaguli torbidi del torpore.
 
Ecco perché vi lascio nel mio foglio 
nell’ istante almeno voi,
sappiate.
 
 
 
 

Volti

Esistono volti.

Gabbie truci riempite da candidi boccali di memoria 

ricordo la furia del gioco

allo scadere inverso degli occhi 

ricerche funeste

turbolenti palpebre in agitazione,

parole incomprensibili per chi ne dimentica 

il suono.

Scendeva, qualcosa si districava 

al fine socchiuso della centralità, 

sempre incomprensibile,

materia di speranza destinata alla grandezza. 

In un tavolo vuoto il destino è un libro, 

assorbe la misura delle vecchie

distanze:

il conto di un contatto coriaceo che non chiede 

e non ha riscosso. Paura e fede.

 

 

Lapide nel deserto

A forza di parlare di ciò che non c’è, 

abbiamo iniziato a desistere

a snervare bulbi oculari

a parlare di gite domestiche,

glutei flaccidi propagano insufficienza, 

criticano

e alimentano destrieri con ortaggi amari

come le menzogne che rispecchiano negli zoccoli.

A furia d’arrabbiarsi, le parole

si sono cosparse di una sconfitta

rapinata dal fango, anche le mie, senza speranza, 

il pietrisco degli sguardi s’è sedimentato

nella melma putrida e nel panno sporco. 

C’è vergogna, la leggo nel calco tradito 

dagli occhi di ciascuno,

la pece della diffidenza sta corrodendo 

le nostre cortecce, siamo arbusti secchi 

senza saggezza e spessore,

ci piegheremo e spezzeremo

ai piedi di una trappola congegnata 

con grande accesso e nessun ritorno.

Oppure, sbaglio, magari s’avverasse il sogno 

della lapide nel deserto,

che con una lacrima si ricongiungerà 

al suo decorso.

 

 

Luce e sostituzione

Il buio non aggrava il peso musicale

si procede senza conoscere chi ospiterà

il prossimo spunto, le mani si spingono avanti 

in mancanza di un appoggio lezioso,

è piovuto, il piede affossa nella crema impossibile. 

Gli scossoni dei presenti hanno sciolto il soccorso 

e gli assenti precipitano nel paesaggio

come fresche parole ai confini del racconto.

 

 

 

Padre e figlio guardano

il lievito coalizzato per un sacrificio, 

entrambi crescono.

Vite che si animano come un circo senza replica 

mentre il ritmo di uno chalet palpeggia la gioventù: 

la fine è il comune multiplo.

Tutti i presenti, i viaggiatori, 

il fracasso, sanno

del passante che le lega il presente 

al caos dell’elemento.

 

 

Un’ora dal tramonto

Fermate il tempo a un’ora dal tramonto 

quando ancora la strada mostra la superbia del giorno 

fermate il cielo e le tinte balsamiche

che si spezzano solo di fronte alla notte 

fermate la freschezza, lei organizza 

cosche adibite al contrabbando di quiete 

fermate gli anziani e i loro ricordi 

infarciti dalla prassi di un buongiorno

fermate le volpi, le loro zampe furtive sono 

tessere di un mosaico orange

fermate i discorsi, a un’ora dal tramonto 

non servono poltrone parlamentari.

Fermatevi,

che la bellezza segua il buio.

 

 

Primo maggio

Si dispiega come un brusio di giochi, 

una volta la vidi reggere,

nel chiasso, all’interno di comitive festose,

più dentro, al riparo da convenzioni amorevoli,

ancora più in profondità, tra una finta e un calcio al pallone, 

quasi al traguardo nel laghetto mitragliato da feci.

 

Una freccia indica e un bambino legge, 

estremo baluardo in isolamento.

 

 

 

Cimitero

Una gelida maschera di vetro perfora

lo sciame di fieno nel naso del visitatore 

le girevoli vite perdute si materializzano

nel numero civico della morte, ticchetta la finestra, 

un’ insolita apertura che non risolve alcun canto, 

gli uccelli volano incuriositi dall’immortalità

le paludi della desolazione sono nel grigiore 

delle lettere condivise coi morti.

C’è tensione, un corvo sorvola il flusso della vista, 

scrivere una poesia tra i defunti

per leggerla tra i vivi, 

sempre invisibile.

 

 

Essere dimenticato

Ogni poesia è un delirio di spine 

nel sacco della vanità,

un brividio che sdrammatizza la febbre.

Quali poesie potrebbero conquistare il mondo 

o al massimo essere utilizzate come

parasole, paravento o carta lucida 

per un rimorso?

Quante volte avrei potuto cancellare un condizionale 

a favore di un futuro prosastico,

invece tutto s’è allontanato

alla deriva di proiezioni bulimiche.

Intanto le parole s’immergono: sprecate, freddate, arrostite 

piastrate

abbellite, ritoccate e prostitute;

le parole non ti portano all’ingresso 

sono l’indizio e la porta di un processo,

a me resta la lontananza, come ad altri credo, 

un viaggio di fatica

e una poesia come questa che 

non piacerà a nessuno

non sarà letta

sarà ascoltata solo da qualche amico e affetto familiare, 

poi si disperderà nello sterno

lontano dal cuore.

 

Un passaggio precoce ci avvicina al volo 

come figli di un vento fornicatore

per questa ragione scrivo, 

solo per essere dimenticato 

e per prostrarmi

alle lacrime e alle finestre chiuse.

 

 

Parrucchiere

Capelli, attesa maligna delle punte, 

in piedi nei centimetri di pesantezza

a terra dopo uno stacco di esuberanza, 

alla base dei discorsi c’è il taglio, 

un’esca sopraffina, ruba la scena

al teatro affilato delle chiacchiere.

Ci si rinnova per colmare fitte 

e si concentra l’applauso finale

con le dita che accarezzano i pori del volto 

in un’armonica forbice di sazietà.

 

 

Elezioni

Un balzo duplice, tanto al tanfo, 

si stanzia e si scioglie

come una grande nevicata d’inverno. 

La carrozza è in agitazione,

la corte è vagante

mentre gli scorpioni lasciano le postazioni 

più buie a favore dei materassi, elezioni,

le vie si animano di cartografi di lande promesse, 

abili gestanti appesi a legende

colorate dal buon sentimento.

Un podio di complimenti e lamine di cortesia 

ci scontano l’esistenza:

il volto pesante è apprezzato dalla loro mano, 

ogni foglia è una moneta di squilibrio 

triturata dai loro istrici,

se ami camminare scalzo

ti serviranno pesce senza spine,

la città sarà il porto degli scali liberi 

negli amori salutati da squilli vincenti.

 

L’epifania le feste porta via,

nel paesello basterà un cappello 

e un fiume di spumante

per tripudiare la diga del consenso 

al ritorno degli scorpioni.

 

 

 

Il testo di una strada

dove si perdono gli amici in uno strumento 

può essere il confine arretrato di un’idea

di una costola rotta nel sonno,

ha affiancato la cura di un sogghigno 

lo scatto eretto dalla provvigione 

anche la paura e i suoi crimini.

Ci mancherà ogni strizzata

al valore inestimabile d’intesa, 

sentiremo il vuoto della mediazione 

la fine che asfalta la profezia

e la malinconia di ballare soltanto 

con la propria convivenza.

 

 

 

Poesie tratte dalla raccolta di 

SIMONE SANSEVERINATI

IL VIAGGIO DI CHI SOFFIA

affinità elettive

isbn-88-7326-436-1

Euro 12

 

 

 

Contatti

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