Intervista a Margaret Mazzantini

a cura di Maurizio Minnucci

 

 

 

Buonasera Margaret. Ho letto tutti i tuoi libri e debbo dire che sei una grande osservatrice…

Sono curiosa. Anche quando sono a cena fuori e mio marito mi chiede: che fai? Zitto, gli dico, ascolto quello che succede al tavolo vicino... Insomma ho sempre le antenne accese. Del resto sono convinta che uno scrittore debba essere un po’ il radar del suo tempo.

 

Cos’è la solitudine?

La solitudine ha tante sfaccettature, è come la bassa marea. Siamo tutti un po’ più soli e a me piace raccontare la solitudine degli ultimi. Tanto di scarti e di immondizia ce ne abbiamo tanta!

 

A te e tuo marito vi considerano una coppia di perfettini. Tu gli dedichi i libri e lui ne legge i brani alle manifestazioni. Sempre insieme, uniti...

Ci siamo sempre aiutati vicendevolmente. E tanto del mio talento nasce da una reciproca sensibilità. I detrattori poi ci sono sempre, peggio per loro.

 

Come vedi il futuro?

Mi auguro sia un futuro di contentezza. Che è un sentimento minore rispetto alla felicità. Nonostante viviamo in un puttanaio, l’Italia è piena di persone meravigliose e sensibili. Dobbiamo tutti tornare ad apprezzare la sana normalità.

 

Quali sono i personaggi che preferisci raccontare?

Ho sempre raccontato gli ultimi, forse perché nella miseria i contrasti sono più forti, forse perché mi identifico di più, sono cresciuta in periferia...

 

Che tipo di moglie sei?

Lo devi chiedere a mio marito. Sergio è un uomo formidabile, dolcissimo, tra noi c’è molto amore, e l’amore è quello che ti aiuta di più, perché sai di avere qualcuno che ti è davvero riconoscente. E poi siamo due nature generose. Certo, io, come donna, ho fatto molto, le donne fanno sempre infinite volte di più degli uomini. Ho tirato su i figli, cucino io, non ho mai preso le tate. Vengo da una scuola dura, ho avuto un padre autoritario, sono stata una gran lavoratrice fin da piccola, e ho molta resistenza, anche se adesso sono un po’ stanca.

 

Che tipo di madre sei?

Una madre molto madre, metto sempre i figli prima del marito, anche troppo. Sergio si è adattato. Ogni volta che mi ha detto “partiamo, andiamocene via da soli per due giorni”, io avevo un figlio al collo e non mi staccavo. Se io e Sergio litighiamo è per i figli, perché io li difendo a oltranza. E poi adesso sono grandi, individui con cui confrontarsi continuamente. Con Pietro, il primo, che ha scritto due sceneggiature e vuole fare il regista, ci ritroviamo a discutere di film e filosofia fino alle tre di notte.

 

Com’è cominciata la tua storia con Sergio Castellitto?

Ci siamo incontrati allo Stabile di Genova, lavoravamo entrambi nelle “Tre sorelle” di Cechov. E infatti Genova è la nostra città del cuore. Poi ho seguito Sergio a Parigi, ho rinunciato a una scrittura teatrale e ho iniziato a scrivere.

 

Sei mai stata gelosa?

Non si può essere gelosi di un uomo che ti chiama dieci volte al giorno. Ci siamo sempre fidati, nella massima libertà, ci teniamo per mano, ci facciamo una carezza. Siamo due nature schiette.

 

La passione di scrivere da dove viene?

Forse c’entrano i miei, il fatto che sono nata a Dublino, l’Irlanda è una terra di scrittori, piena di echi letterari, e gli irlandesi sono tenaci, si dice che siano i napoletani del Nord. Ho un’indole spirituale e il mio è un mestiere di clausura, sono capace di distacco, ma guardando dal basso, come una serva, mai dall’alto.

 

E la spinta di fondo, la radice dell’ispirazione?

Mi annoio molto facilmente, anche di me stessa. Ho pensato che forse scrivo per abitare le vite degli altri. Il mio è un lavoro meraviglioso, ti fa essere come un bambino che costruisce castelli di sabbia.

 

Ogni scrittore ha le proprie usanze. Le tue quali sono?

La mattina faccio la spesa e, quando posso, scrivo tutto il giorno. La letteratura ti consente di isolarti, sei come un radar, catturi ogni cosa, poi ti togli dal mondo, ti chiudi in una stanza e restituisci quello che hai captato. Un artista vive con i sensi spalancati, è come un sismologo.

 

C’è qualcosa che ti fa paura?

L’unica cosa che mi terrorizza è la sofferenza degli altri. E poi l’ansia per i figli. Mi sembra che questi siano tempi di bassa marea, noi abbiamo vissuto anni migliori, eravamo più rilassati. Oggi è tutto meno bello di prima, si tende a sgomitare, a essere avidi, strategici. E’ un mondo rapace. E questo mi terrorizza.

 

Quanta strada hai percorso dal debutto con Il catino di zinco
Dico la verità: quel libro non pensavo nemmeno sarebbe stato pubblicato. Andò che mio marito mi aveva regalato un quaderno per buttare giù pensieri e ricordi. Ma io sentivo che non era per me, che dalla scrittura non potesse venire nulla di buono. Poi piano piano la storia di mia nonna è cominciata ad affiorare: volevo ridare dignità a questa donna morta di ictus e che ha vissuto una vita così difficile. A volte sembrano costruiti i miei libri, e invece sono così istintivi. La lingua che uso nasce con me, da una famiglia più che da modelli letterari particolari. Mio padre scriveva, una famiglia di affabulatori toscani avvezzi ai neologismi e ai nomignoli, con tanta abitudine al racconto. E pure la mia parte irlandese conta, perché è quella che mi ha lasciato in eredità un po' di cielo. Il catino di zincocome gli altri miei libri, nasce da un buco, da un'assenza, da una menomazione, un rapporto che mi stringe visceralmente ai miei personaggi. Così è stato con Gemma di Venuto al mondo, che vive la menomazione più archetipica: l'impossibilità di procreare.

 

Suscita sempre meraviglia il fatto che una donna con marito e figli riesca a fare la scrittrice. Qual è la tua ricetta?
Con la scrittura ho un rapporto violento: pensa che quando non sto scrivendo un libro non scrivo nemmeno bigliettini, nemmeno sms. Ma quando scrivo è una gioia furiosa. E comunque resto nel mondo, ho una vita che è un bailamme continuo... ho quattro figli, figuriamoci.

 

Un’ultima domanda: quanto conta la tua formazione teatrale nella tua scrittura?
Il Teatro ha contato eccome nella mia vita: è un lavoro nel quale ci si espone. La mia scrittura un po' visionaria deriva forse da lì, dai confini che ti dà il palcoscenico.

 

Grazie Margaret.

Grazie a te.

 

 

 

 

 

Intervista a Joy Terekiev

a cura di Maurizio Minnucci

 

 

 

Joy Terekiev, una delle editor più importanti della Mondadori. Persona di grande cultura, è nata a Milano da genitori bulgari, è laureata in Lettere all’Università Statale di Milano. Lettrice compulsiva fin da piccolissima, è cresciuta in un ambiente fortemente stimolante, caratterizzato da una marcata propensione artistica e, nonostante la passione per la letteratura, la professione di editor non faceva parte dei suoi piani di gioventù. Alla Mondadori, infatti, è entrata per caso nel 1992, chiamata da una conoscente in cerca di una persona che parlasse perfettamente francese. Nel 1999 le è stato offerto il ruolo di editor, per il quale ha dimostrato di avere un grande talento. Prima donna editor Mondadori a occuparsi di narrativa straniera, Joy ha aperto le porte a scrittori e scrittrici che fino ad allora non erano mai entrati nel catalogo della casa editrice di Segrate. Da allora sono state molte le penne celebri passate tra le sue mani. Per chi sogna di pubblicare un romanzo, una conversazione con Joy Terekiev è illuminante.

 

Joy, quali sono le caratteristiche fondamentali di un buon editor?

Ritengo che, come per uno scrittore, anche per un editor uno ci nasca e non lo diventi. Trovo che l’esperienza sia fondamentale, si può migliorare, affinare la capacità di valutazione di un testo, ma bisogna esserci portati. E poi è importante non avere pregiudizi. Io leggo con la testa “libera” per capire se quello che leggo mi piace, senza nessun altro tipo di ragionamento o valutazione. Ci vuole sensibilità, fiuto, sesto senso, chiamalo come vuoi. In questa prima fase non penso al pubblico, né al momento della pubblicazione. Mi concentro solo sulle pagine che leggo.

 

Da sempre critica e pubblico faticano ad andare d’accordo. Come si fa a conciliare le esigenze letterarie con quelle commerciali?

Io questo problema non me lo pongo. Parlo per me anche se so che non è così per tutti. Per me esistono solo libri buoni e libri che non lo sono e rifuggo dalle categorie strette. Credo che la cosa più importante per un editor sia saper riconoscere il talento. Devi essere appassionato in questa ricerca, devi andare a caccia, saperlo vedere, ammirare, stimare. Può succedere che un autore venga preso per altri motivi, ma non è il mio caso. Io parto solo dal mio gusto personale. Il mio punto di partenza è: “Che bella voce ha questo autore. Come mi sento bene leggendolo, come mi piace”. Ho ben chiara la politica commerciale della mia casa editrice, ho un gusto “pop” e credo di saper intercettare quello del grande pubblico.

 

Eppure capita che alcuni libri vendano tantissimo ma vengano snobbati dalla critica. Come mai?

Sì, è vero, spesso ci sono delle discrepanze tra il successo di pubblico e il pensiero dei critici, ma io non mi pongo queste domande. Qualche volta mi capita di essere un po’ amareggiata perché ci sono autori di grandissimo successo a cui i grandi quotidiani non hanno mai dedicato un profilo o un’intervista sulla loro scrittura perché vengono considerati non sufficientemente “letterari”. Eppure sono voci autentiche che vendendo tanto, meriterebbero lo stesso trattamento di altri.

 

Il mercato è spesso soggetto a “mode”, basta ricordare il fenomeno delle “Cinquanta sfumature” che ha riempito le librerie di romanzi erotici. Come ti regoli quando un trend del mercato diventa così potente?

È vero che i grandi fenomeni generano emulazione, dando vita a romanzi che io definisco “derivativi”. Anche noi in Mondadori sull’onda del successo di “Cinquanta sfumature” abbiamo preso altre autrici erotiche che ci erano state segnalate e che fino a quel momento vendevano bene solo in edicola. In genere preferisco passare a qualcosa di diverso, ma se l’azienda lo chiede, fa comunque parte del mio mestiere.

 

Quindi non sei mai alla ricerca di un genere specifico?

Assolutamente no. Quello che non faccio mai è partire dalla moda del momento. Non succederà mai che io chieda un’opera a tavolino in base al trend in atto. Molti cercano qualcosa di specifico, vanno a caccia del filone del momento: un buon giallo, un buon romanzo storico, un buon noir… io no, io cerco solo un buon scrittore. Sono molti i buoni manoscritti che passano inosservati perché escono da categorie predefinite: “Eh no, troppo violento, troppo locale, io cerco un buon finale, eh no, peccato questo scrive bene ma il libro è toppo deprimente”. Io non parto da lì.

 

Come editor Mondadori della narrativa straniera come organizzi il tuo lavoro?

Io mi occupo di tutti i grandi autori stranieri della casa editrice, sia quelli acquisiti prima del mio arrivo, sia quelli acquisiti da me, e di qualche autore italiano che ho voluto pubblicare negli anni. I libri stranieri ci vengono segnalati da una rete di agenti, editori, scout, anche se in questo momento io acquisisco pochissimo perché non riuscirei a trovare il tempo necessario per seguire tutto con rispetto, cura e attenzione. Nel mio mestiere mi occupo anche del publishing, cioè delle varie fasi che portano il manoscritto a diventare il libro che vediamo in libreria, la traduzione, la scelta delle copertine… e del rapporto con l’autore che per me è fondamentale. Gli autori vanno seguiti sempre. Se Ken Follett, per esempio, fa un libro ogni tre anni, tu lo devi comunque seguire nel suo percorso.

 

Quando hai tra le mani un libro di un tuo autore straniero, ti capita di intervenire sul testo?

Io tendo a comunicare molto con l’autore e con il suo agente e non mi faccio problemi se ritengo che ci siano migliorie da fare. Ovvio che maggiore è la consuetudine a lavorare con un autore, più facile è entrare in sintonia.

 

Cosa ti piace di più del tuo lavoro?

Sapere di aver fatto bingo, sapere che il mio autore parla a tante persone.

 

E cosa ti piace di meno?

Credere fermamente in qualcuno e vedere che non ce la fa e doverne parlare con lui.

 

Nelle classifiche italiane, ma anche internazionali, appaiono quasi sempre gli stessi scrittori. Si è ridotto lo spazio per gli esordienti?

Sì. Di questi tempi, con un mercato ristretto, per le case editrici è più sicuro investire sui grandi brand di successo. L’editore, è ovvio, deve guadagnare. Quindici anni fa era più facile farsi strada. Da un lato rattrista vedere in classifica sempre i soliti noti e rendersi conto che i lettori tendono un po’ a seguire il gregge. Ci sono esordienti formidabili, ma l’offerta è così vasta che diventa difficile farsi notare. Dall’altro, però, gli scrittori famosi hanno una voce autentica che ha saputo raggiungere il cuore dei lettori e li ha conquistati. Se dico Camilleri e Elena Ferrante non mi posso sbagliare. Sono i nostri big seller anche all’estero. La gente li conosce, è rassicurata, sa che sta facendo un acquisto sicuro.

 

Con questa situazione di mercato, cosa consigli a un aspirante scrittore in cerca di pubblicazione?

Prima di tutto vorrei sfatare un mito: c’è la percezione comune che lavorare nell’editoria sia “figo”, ma il lavoro creativo è difficile, fragile e delicato, da una parte e dall’altra. Sia per lo scrittore che per l’editor. Scrivere un libro è sudore, fatica. Detto questo io sono dell’idea che uno deve credere in quello che fa. Perché se ci credi davvero il romanzo lo devi sottoporre agli editori, senza diventare uno stalker, perché questo non aiuta. Gli editor sono pochissimi rispetto alla mole di materiale che arriva.

 

Immagino che un editor Mondadori sia bersagliato di richieste di lettura in cerca di pubblicazione. Come ti regoli?

Sì, è vero, noi editor siamo veramente perseguitati. Siamo costantemente bersagliati, non si può andare a cena senza che qualcuno ti parli di suo cugino o di suo zio che ha scritto qualcosa, non c’è volta che apri il computer e non trovi messaggi. Il problema è che nel 98% dei casi, almeno per i miei gusti, il manoscritto non merita di essere pubblicato. Poi, può capitare che ci sia qualcosa di valido che io ho visto ma che non mi è piaciuto. Ci vuole anche un po’ di fortuna ad “incontrarsi”. Io comunque cerco sempre di dare un’occhiata quando posso e magari di passarlo ai miei colleghi. Rispondo sempre a tutti, anche quando per mancanza di tempo non posso leggere.

 

Ti è capitato di scartare un libro che poi ha pubblicato qualcun altro con molto successo?

Sì, più di una volta e non ho difficoltà a dirlo. Te ne cito uno: “La ragazza con l’orecchino di perla”. Il testo mi era stato segnalato dai nostri scout. Mi passò tra le mani, lessi solo un capitolo e non mi piacque. Si sa, il gusto è qualcosa di molto personale. Poi lo pubblicò un altro editore. Se oggi mi tornasse ancora sulla scrivania di certo lo rifiuterei di nuovo. Non è un libro nelle mie corde. Mi annoia profondamente. E non sarà il primo né l’ultimo.

 

C’è qualche scoperta letteraria che come editor Mondadori vai particolarmente orgogliosa?

Le ho contate, le cose di cui sono molto orgogliosa sono sette, alcune di grandi numeri e altre no. Però non le dico, sarei ingiusta, io voglio bene a tutti i miei autori.

 

Che cosa rappresenta l’editing in un romanzo?

Confronto, soprattutto confronto. Spesso temo quasi che si dimentichi il ruolo primario dell’editing. Non è solo correggere e limare, piuttosto che modificare o spostare un testo. Un editor è un lettore, e anche l’autore lo è. Sono i primi due lettori di un’opera letteraria e sono per questo coloro che maggiormente ne hanno a cuore e sono responsabili della sua onestà e qualità.

 

Molti editor riscrivono frasi o interi brani dell’autore. Altri danno consigli e segnalazioni su come migliorare frasi e brani o interi capitoli. Che cosa è veramente l’editing: una riscrittura del manoscritto, o di una sua parte, o un insieme di consigli che ne rendano più efficace la comunicazione?

Riscrivere è una brutta parola. Inganna. Direi più un modificare in maniera forte, quando quest’atto viene da parte dell’editor. Ci sono, certo, momenti in cui una riscrittura è necessaria, per esempio quando è la struttura di un enunciato – o di un intero paragrafo – a necessitare di una rivoluzione. A volte far riscrivere l’autore partendo da altri presupposti strutturali può portare a risultati inattesi anche per lo stesso editor. E poi, alla fine, c’è sempre l’ipotesi finale del “Senti, questa frase proprio non mi viene, provi tu?” 

 

Molti nuovi autori snobbano l’editing. Sono convinti che nessuno debba toccare il loro testo, che perfino sia inutile questo processo. C’è ignoranza in materia di editing, secondo te, o piuttosto si deve parlare di immaturità degli autori?

È una fisiologica ingenuità dovuta all’inesperienza. Potrei paragonartela al trovare qualcosa di “originale” o meno. Più leggi cose, più è difficile incontrare plot originali, e questo è ovvio. Non vedo perché non deve valere lo stesso sullo scrivere: l’inesperienza impedisce di vedere miglioramenti potenziali o veri e propri errori, e se aggiungi la fatica spesa per arrivare allo scritto finale… beh, è comprensibile una certa ritrosia e persino un pizzico di superbia. Purtroppo a volte, complice una cultura molto bassa, figlia di un’infima quantità e qualità delle letture, si giunge all’idea che “scrivere un libro” è semplice, alla portata di tutti e non necessiti di esercizio, esperienza e conoscenze. E così succede di sentir dire decine di volte l’anno la frase “Ho deciso che scriverò un libro”. L’idiosincrasia dell’editing è figlia di ciò.

 

Quanto conta la parola dell’autore? Sarà sempre costretto ad accettare i consigli dell’editor?

Ho abbastanza esperienza per dirti che un buon editor e un buon scrittore trovano sempre un accordo. Se non accade c’è qualcosa che non funziona alla base: forse la casa editrice non è quella adatta per quel tipo di prodotto. Dico così perché alla fine sto dalla parte della casa editrice, è lei che rischia di più se il libro non va, il libro è un prodotto complesso e l’ars dello scrittore non ne è che una parte. Lo scrittore continuerà il suo lavoro, la casa editrice non è detto.

 

Quanto va a intaccare lo stile di scrittura un lavoro di editing?

Lo stile di chi riceve un editing con molte modifiche è solitamente ancora acerbo. Quando uno stile comincia a essere acquisito, e dominato, solitamente l’editing finisce per interessare altri aspetti, come la struttura generale del testo, piuttosto che l’intreccio, o perché no, variazioni della trama. Non mi sento di tranquillizzare nessuno, quindi. Se uno percepisce uno stravolgimento al suo stile, c’è la forte probabilità che questo stile non esista ancora, o meglio, sia ancora caratterizzabile.

 

Grazie Joy.

E' stato un piacere.

 

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