Do you speak English? Depends

07.08.2019 23:58

Il latinorum degli Azzeccagarbugli di manzoniana memoria oggi è l’inglese. Un anglicismo d’accatto, una lingua che con Cambridge ha poco a che fare e molto invece con il vezzo di atteggiarsi a ciò che si vorrebbe essere e nel contempo confondere un po’ l’interlocutore, ponendolo in una condizione di minorità comunicativa con l’intenzione di accreditare l’oscurità del discorso come profondità di concetti. In sintesi, si parli inglese o si usino frasi latine oppure termini italiani arcaici o espressioni desuete, il fine è quasi sempre uno solo: accreditarsi come sapiente e padrone di qualsivoglia materia. Do you speak English? Depends. Come nelle barzellette

Sotto quest’aspetto il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, anche perché avvocato dunque Azzeccagarbugli per definizione, da quando esercita il premierato è diventato quasi un caso da manuale. Già segnalatosi all’opinione pubblica nazionale e internazionale per la polemica sul taroccamento del curriculum, ha via via irrobustito il dibattito politico con affermazioni tanto vaghe quanto ottimistiche: «Sarà un anno bellissimo» dichiarò all’inizio dell’anno, salvo poi liquidare la dichiarazione come una battuta. Le logomachie rimproverate ai due vicepremier fanno il paio con la letterona che ha scritto alla Commissione europea per rispondere alla minacciata procedura d’infrazione. Una prosa in stile Battiato, punteggiata qua e là dall’uso spregiudicato dagli anglicismi di cui sopra.

Ci si può chiedere di cosa e come parli il premier, ma più in generale se non sia ora che ognuno di noi cominci a pesare con cura le parole che adopera, perché la sciatteria della lingua parlata, ossia l’italiano quotidiano, non è problema solo linguistico ma culturale e sociale di ben più rilevanti implicazioni e conseguenze. Nei giorni scorsi l’Unesco ha dedicato un omaggio a George Orwell, autore di 1984, ricordando una sua frase che è perfetta per il discorso che sto facendo: «Se le persone non scrivono bene, non possono pensare bene. E se non pensano bene altre lo faranno per loro». In altre parole bisogna rendersi conto che la proprietà di linguaggio, scritto o parlato, è questione primaria, essenziale. Non un vezzo da professoroni ma una necessità per le persone convinte che la libertà, per essere mantenuta e incrementata, abbia come presupposto prose scritte ben argomentate e pensieri limpidi. In questo senso la questione linguistica è anzitutto una questione politica e sociale, ancor prima che culturale.

Ancora oggi si discute sul congiuntivo offeso non solo dai normali cittadini, ma pure da tanti personaggi televisivi e dai politici. In realtà, nonostante le periodiche lamentazioni dell’Accademia della Crusca, il cattivo uso dell’italiano è un problema complesso, che ha a che fare con l’alto tasso di analfabetismo funzionale e ai bassi indici di lettura di libri. Oltre – aggiungo – a un’elevata teledipendenza, irrobustita nell’ultimo decennio da una crescente esposizione all’azione disinformativa e semplificatoria dei social media. L’italiano che parla il nostro premier, oppure quello sgrammaticato di Luigi Di Maio o quello terra-terra di Matteo Salvini, stanno in questo calderone, in questa poltiglia lessicale, in questa neolingua che mescola anglicismi, dialetto, paroloni e strafalcioni.

Sono lontani i tempi in cui i leader politici si sfidavano cercando di primeggiare a parole. Lo stile oratorio era fondamentale per la conquista dell’elettorato. Da Togliatti ad Almirante, sinistra e destra allo stesso modo avevano i loro campioni di retorica; Bettino Craxi, col suo eloquio solenne e pieno di pause è forse stato l’ultimo leader politico benparlante, mentre con il duo Bossi-Berlusconi lo stile oratorio è diventato un di più, una lingua che scaturiva dalla tivù commerciale di Ok. Il Prezzo è giusto. È stato però il che c’azzecca di Antonio Di Pietro a mostrare che a parlare un italiano sgangherato non erano solo i politici ma anche i magistrati. Come parlano e scrivono i nostri politici e magistrati è ogni tanto oggetto di ironia, un linguaggio astruso e spesso oscuro, una verbosità senza pari e un’oratoria da fiera di paese. A questo punto c’è da chiedersi se quest’Italia che scrive, parla e pensa male possa riprendersi. Forse lo farà, ma a patto che si ristabilisca una dignità del discorso pubblico. E qui può starci perfino l’introduzione del dialetto nei consigli comunali, l’idioma locale accanto all’italiano, come hanno chiesto Veneto, Liguria e Sardegna.

La moda dei corsi di scrittura che un po’ ovunque vengono organizzati, insegnano il tono corretto, la parola giusta e la consapevolezza che se padroneggiare una lingua è essenziale, farlo con l’italiano è molto gratificante. È recente la notizia che l’italiano, superando il francese, è diventata la quarta lingua più studiata al mondo. Peccato che i più sorpresi siamo noi italiani.

 

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