Una democrazia malata

23.09.2019 00:21

Italia Viva. Certo, che la vuoi morta? Il nome del nuovo partito renziano assomiglia a un marchio di surgelati, mi ricorda le insalatone di Viva la Mamma. Il suo orizzonte è gastronomico, infatti lo lancia in un bar degustando un aperitivo. C’è una certa assonanza con il Forza Italia che fu, un richiamo quasi patriottico allo spirito nazionale che si coglie nel nome: Viva Italia. Francesco De Gregori deve stare attento, il suo Viva l’Italia potrebbe diventare l’inno del nuovo partito, anche se il nome già girava con il pullman di Walter Veltroni.

Al di là delle battute, resta il dramma di un sistema politico travolto dalle veloci e profonde trasformazioni che dovrebbe invece fronteggiare e governare. Uno smarrimento che si manifesta un po’ dappertutto con l’ascesa di personaggi improvvisati e improponibili. Neo-autocrati, dittatori ristilizzati sotto l’aspetto dell’immagine alla Putin, Erdogan e Orban, neo-social arcaici alla Le Pen e Salvini, che pescano nell’armamentario ideologico tradizionale (Dio, Patria e Famiglia) brandendo la clava dei social con crocefisso, selfie e facebook. Il tratto unificante di tutti questi leader della transizione, ossia di un periodo instabile, è il cinismo, una spregiudicatezza che fa coppia con un’ideologia rappattumata, che pesca di qua e di là secondo le convenienze del momento, un narcisismo conclamato e pubblicamente esibito.

La parabola politica di Renzi, da primattore salito alla ribalta con un messaggio distruttivo ma innovativo (la rottamazione delle vecchie nomenklature di partito) a malinconico scissionista, dimostra come le attuali leadership siano espressione di una profonda crisi del sistema democratico. Leaderismo e tribalismo sono due caratteristiche premianti. In ogni forza politica che possa (auto)definirsi un partito (perché in realtà non esistono più processi partecipativi nemmeno nel Pd, che ha ancora la pretesa di definirsi tale) esiste solo il cosiddetto leader. Anche quando c’è un vice, è una figura sbiadita, questo spiega perché Giovanni Toti ha fondato un altro nuovo partito - Cambiamo - che nell’estrema asciuttezza del nome, conferma che la politica non ha più nemmeno le parole per dirsi. Un nome che potrebbe andar bene per una linea di biancheria intima, un nome di partito che evoca, anche se inconsapevolmente, le barzellette della Settimana Enigmistica, quelle con la scritta: senza parole.

Una democrazia malata il cui malessere si esprime in un accentuato tribalismo, perché lo spirito di clan, il settarismo, l’appartenenza fortemente identitaria che tradizionalmente caratterizza le tribù, si esprimono soprattutto attraverso i social, con la velocità e viralità dei tweet e della capacità contagiosa con cui l’indignazione, il risentimento e la rabbia hanno molte più probabilità, rispetto ai messaggi positivi, di essere condivisi e propagarsi in Rete.

E’ noto che sono le cattive notizie a tenere banco, l’aggravante di oggi è che l’ecosistema digitale automatizza e velocizza anche gli errori di pensiero, le false credenze, nello stesso tempo in cui rafforza le convinzioni, che siano vere o meno. Ciò spiega perché promesse mancate, frasi infelici o comportamenti cretini, non si traducono in perdita di stima e consensi da parte dei sostenitori. L’espressione massima di questo fideismo tribale è Salvini, che fa cadere di sua mano il governo con un harakiri quasi comico ma che tuttavia non cala nei sondaggi e nella considerazione dei suoi seguaci. Ovviamente le tribù sono anche di sinistra, ma è a destra che il tribalismo è più efficace e fa più danni. Spregiudicatezza, cinismo e comunicazione puntata su parole e immagini forti sono il pane di messaggi politici mobilitanti, perché identificano un nemico e chiamano per nome gli avversari. Ma questo dilagante e rabbioso fenomeno ha potuto installarsi fra le pieghe di partiti esausti e proliferare, perché nel frattempo la politica è entrata interamente nel marketing della comunicazione pubblicitaria.

Tornando a Italia Viva, si tratta di un’iniziativa politica nata nella testa di un pubblicitario. Se gli uomini non credono più a Dio non hanno smesso di credere, anzi, credono a tutto il resto, anche a due Matteo politicamente opposti ma identici nella manifestazione di un ego incontenibile e di promesse talmente incredibili da essere prese sul serio.

 

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