Serena Solazzi è nata ad Osimo nel 1984. Laureata in Lettere all’Università di Macerata, insegna Italiano, Storia e Latino in una scuola paritaria. E’ segretaria dell’Associazione Amici della Poesia di Ancona e svolge attività di volontariato alla Lega del Filo d’oro. 

 

 

 

Claudia Durastanti

La straniera

 

La Nave di Teseo

 

 

La straniera è un libro senza trama, con pochissimi nomi propri, privo di qualunque punto di riferimento. Lo afferri e vieni catapultato nella stanza semianecoica in cui John Cage nel 1951 cercò il silenzio perfetto. La lettura procederà così, ovattata, in una bambagia letteraria che ti si incolla addosso e non ti lascia, risucchiando le tue emozioni, la tua memoria, i tuoi ricordi per entrare in comunione con le emozioni, la memoria e i ricordi della protagonista, che parla in prima persona. In questa Terramai (la Neverland di Peter Pan) in cui vivono tutte le individualità che investono la protagonista, bisogna lasciarsi guidare dall’ineffabile e iniziare una lettura che difficilmente si dimenticherà. Per la difficoltà di come è scritta, di quello che dice, di quello che ti lascia.

La storia stratifica su piani paralleli la vita di una famiglia, che non inizia dai genitori non udenti della protagonista, ma va continuamente avanti e indietro nel tempo, dalla bisnonna emigrata in Argentina che risale l’America fino all’Ohio per poi fare ritorno in Basilicata ricca e sistemata, fino alla nipotina della protagonista, per poi tornare ancora indietro, al nonno materno che ballava la tarantella in uno scantinato di Brooklyn e cantava Nino d’Angelo e Mario Merola con passione. La narrazione procede per argomenti: Famiglia, Viaggi, Salute, Lavoro & Denaro e attorno al concetto di estraneità si srotolano le esperienze della protagonista/Claudia Durastanti, senza mai afferrare (ma perché non importa, in fondo) se quello che viene raccontato sia verità o finzione. Chi è straniero in questo mondo? La madre che sembrava solo un’immigrata sgrammaticata? O straniero è chi è costretto a lasciare casa, nascendo a Brooklyn, crescendo in Basilicata e volendo volontariamente trascorrere la vita adulta sempre in viaggio tra Roma e Londra, come nel caso della voce narrante?

Straniero è una parola bellissima, se nessuno ti costringe a esserlo; il resto del tempo, è solo il sinonimo di una mutilazione, e un colpo di pistola che ci siamo sparati da soli.

L’emigrazione, allora, diventa uno stato d’animo, una condizione dell’essere per la quale non si riesce a mettere radici in un luogo, per accamparsi invece nei film visti, nei libri letti, nella musica ascoltata. Non è un caso, infatti se molti dei passaggi più lirici del testo sono affiancati da rimandi a film, a testi di canzoni, ad articoli di approfondimento o ricordi di ciò che si è letto da qualche parte.

La forza de La straniera sta nel suo esacerbare pensieri ed emozioni e scarnificarli, mettendoli a nudo e lasciando inermi di fronte alla loro inevitabilità. Ci si commuove come raramente un romanzo sa fare, di quella commozione senza lacrime perché le ferite sono tutte latenti, e grazie al silenzio ovattato si può sentire il rumore di ogni ferita che si apre pagina dopo pagina. È un romanzo oscillante, tra eccessi lirici e riflessioni profonde, per poi passare a descrizioni crude che non lasciano scampo. E se la disabilità rimane il punto di avvio della storia, sulla disabilità trovo il messaggio più bello che il libro abbia dato:

I disabili – qualsiasi parola per definirli è insufficiente, inadeguata – sono la maggioranza nascosta […]. Quasi tutti con il tempo perderemo un super potere, che sia la vista, un braccio o la memoria. L’incapacità di fare cose che dovremmo saper fare, l’impossibilità di vedere, sentire, ricordare o camminare non è un’eccezione quanto una destinazione. Diventiamo tutti disabili, prima o poi. 

                             serena solazzi

 

 

 

 

 

Intervista a Claudia Durastanti

a cura di Serena Solazzi

 

Claudia Durastanti è nata a Brooklyn e vive a Londra. E’ una delle giovani scrittrici italiane più promettenti. Il suo primo romanzo ha vinto il Premio Mondello Giovani, il Premio Castiglioncello Opera Prima e finalista al Premio John Fante. Il secondo è stato finalista al Premio Strega 2019.




Nei tuoi romanzi la sofferenza, sia fisica che emotiva, è una componente importante. Come descriveresti invece la felicità?
Nei miei romanzi ho sempre cercato di decostruire gli stereotipi. Nell’ultimo volevo confutare il mito dell’autodistruzione o della predestinazione familiare. E quindi forse la felicità è questo: immaginare che una ragazza ammaccata possa dimenticare di esserlo stata. La felicità senza un paragone non mi interessa. Penso alla felicità in termini di seconda occasione e possibilità di dimenticare.

 


L'ambientazione delle tue storie è sempre quella di un'America metropolitana e fredda. Pensi che una realtà così complessa complichi ulteriormente la capacità delle persone di vivere serenamente? 
Non credo. Prendi Cesare Pavese o Jay Gatsby: diventano creature urbane e romanticizzano la campagna, ma quando ci si ritrovano sentono che è avvenuto un divorzio e che il conforto degli spazi aperti ha più valore nella memoria che nella realtà. È vero che reagiamo alle pressioni di un ambiente fisico, ma più cresco più tendo a pensare che sia la città a reagire a noi. Possiamo essere felici in posti imprevedibili e infelici in città che abbiamo aspettato tutta la vita. 



Tu sei bilingue, parli perfettamente inglese e italiano. In quale lingua pensi i tuoi personaggi e le tue storie?

In entrambe. Le descrizioni degli ambienti e degli stati d’animo nascono in italiano, mentre i dialoghi solo in inglese. 


La tua doppia componente culturale in che modo influisce sul tuo stile e sulla scelta degli argomenti?
L’America mette distanza tra me e quello che voglio raccontare, tenendomi al riparo dagli eccessi, e dal punto di vista stilistico mi permette di profanare delle regole. L’italiano pretende tanto, invece così posso essere un po’ più disordinata. E poi certo, è anche una questione di immaginario: quel che succede lì, succede prima e su scala più grande. Tende a interessarmi di più. 



La scrittura può essere considerata una forma di catarsi?
Può nascere così ma deve essere più di così. Scrivere è imparare a essere soli per non volerlo essere mai più. C’è una grossa soddisfazione intellettuale a lavorare sulla forma, la lingua e la trama, ma un romanzo deve avere qualche ragione in più. Se questa ragione coincide con la liberazione da uno stato di sofferenza, pazienza. Non è detto che sarà più bello. Forse solo più necessario, almeno per chi scrive.

 

Che lettrice sei stata? Come ti sei avvicinata ai libri?

Ho iniziato a leggere tardi. Non è importante aver letto tutto. Se parli con molti scrittori o con le persone che sono finite a lavorare attorno ai libri, pochi hanno avuto una formazione classica.

 

Com’è nata La straniera?

Nel giro di poco tempo si sono addensati una serie di eventi che hanno ispirato la struttura del libro. Innanzitutto mio padre mi ha raccontato di aver incontrato mia madre salvandole la vita, malgrado lei mi abbia sempre detto il contrario. Avendo a disposizione due memorie diverse che si contraddicevano a vicenda, ho iniziato a pensare a un romanzo autobiografico capace di mettere in dubbio sin dall’inizio l’attendibilità della storia, che resta vera per la tendenza all’epica che abbiamo nel raccontare la nostra vita. Poco dopo un mio amico, lo scrittore Fabio Deotto, sapendo che mi occupo di traduzione e ho due genitori sordi, mi ha mandato un longform sul film Arrival in cui si riproponeva la teoria di Sapir-Whorf caduta in disuso, sull’eventuale esistenza o non esistenza di alcune parole in base alla presenza di determinati fenomeni di cui si ha esperienza. Questo mi ha permesso di rientrare in contatto con la lingua dei miei genitori, la lingua “aliena” della mia famiglia. In quel periodo stavo anche traducendo L’atlante sentimentale dei colori per Utet e ho avuto modo di riflettere a lungo sulla relatività del linguaggio e la costruzione culturale nella percezione del mondo. Infine, negli ultimi anni ho letto libri come Flights di Olga Tokarczuk e Gli argonauti di Maggie Nelson che mi hanno convinta a non imbarcarmi nella stesura di un libro come La straniera senza un profondo approccio formale, una struttura che tenesse tutto insieme. Da qui l’idea di strutturare questo libro come una mappa e il desiderio di farne un testo profondamente intersezionale.

 

Cosa ha comportato dal punto di vista emotivo il mettere su carta la storia della tua famiglia?

Mio padre e mia madre hanno uno statuto di verità molto più concreto nei miei romanzi precedenti che non nella Straniera. Non ho scritto questo libro per ricomporre la mia vita, ma per restituire qualcosa ai miei genitori. Non volevo recuperarli come persone – questo è qualcosa che appartiene alla sfera privata – ma volevo amarli come personaggi. E poi avevo una curiosità: chi sono io dopo che il trauma mi ha abbandonato? Ho pensato che non siamo sempre noi a lasciare determinate persone o ad allontanarci da certe disfunzioni, ma sono le disfunzioni che ci abbandonano, e da questo deriva un distacco formale, una certa lingua residuale che è quella che volevo raccontare. Non è una voce eroica o martire. La straniera nasce più dalla curiosità, da un tentativo di investigazione e non di catarsi.

 

Nel libro parli della tua famiglia, però ci sono delle parti dedicate alla politica, al concetto di classe e anche componenti saggistiche. Come è stato mescolare queste diverse componenti?

Volevo scrivere un libro in cui la storia di una famiglia scritta in prima persona singolare potesse essere anche la storia di una comunità in prima persona plurale. Avendo lottato contro l’isolamento e lo stigma per tutta l’infanzia e l’adolescenza, sarebbe stato critico per me oltre che meno interessante proprio come tentativo letterario, proporre la mia vita come qualcosa di esclusivo, come un caso limite. In un certo senso la lingua che adotto è proprio quella di un contenimento di questa eccezionalità, per disintegrarla e non presentarla come tale.  Uno dei temi del libro è la disabilità, e la disabilità è politica. Lo stesso vale per la costruzione del corpo, della classe sociale, della migrazione.

 

La straniera del titolo è tua madre che tale venne considerata una volta giunta in Italia insieme alla famiglia. Per quale ragione hai scelto questo titolo?

Per varie ragioni. Primo perché è un omaggio a mia madre, e nello specifico un omaggio al suo profondo desiderio di essere quello che di volta in volta le pareva, in tutta la sua volubilità e incostanza. Oggi sorda, domani sordastra, a tratti solo una straniera, una migrante, una persona che veniva dalla città, un’aliena. Poi c’è un riferimento esplicito a uno dei libri che più mi hanno formata da adolescente, Lo straniero di Camus. Volevo capire che punti di contatto c’erano con quell’alienazione e migrazione rispetto alla disaffezione che ho provato una volta diventata straniera io stessa in Inghilterra. Infine, per me la straniera è una figura archetipica, che viene incarnata di volta in volta da varie donne della mia famiglia.

 

Grazie Claudia, da parte di tutti i lettori del Laboratorio di Grenouille.

Grazie a voi.

 

 

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